Italia: i nostri punti deboli e come reagire
Questa è la seconda parte di un articolo che analizza l’influenza della lobby del tabacco sul processo legislativo europeo e sulla tassazione dei prodotti del tabacco. Nella prima parte abbiamo analizzato il quadro generale; qui ci concentriamo sullo scacchiere italiano.
Le nuove proposte di regolamentazione hanno incontrato una forte opposizione politica a livello europeo, ma la vera battaglia si combatte nei singoli Stati membri. L’Italia non è una spettatrice neutrale: è uno dei territori più compromessi, dove gli interessi delle multinazionali hanno storicamente trovato una sponda istituzionale bipartisan eccezionalmente forte.
Per organizzare una resistenza efficace, i promotori della salute pubblica devono prima di tutto riconoscere i propri punti deboli e i nodi su cui l’industria sta vincendo la battaglia comunicativa.
Le tre questioni in cui la salute pubblica è più in difficoltà
A. La retorica delle tasse “regressive” e quella del contrabbando
Quando la salute pubblica chiede un aumento delle accise, l’industria risponde prontamente che la tassa colpirà in modo sproporzionato le fasce più deboli della popolazione (tassa regressiva) e che l’aumento dei prezzi alimenterà inevitabilmente il mercato nero.
- Perché siamo in difficoltà: Questo argomento tocca corde sensibilissime per i politici eletti, che temono il malcontento popolare. Smontare questa narrazione spiegando che le classi svantaggiate sono anche quelle che beneficiano maggiormente (in termini di anni di vita guadagnati e spese mediche risparmiate) della riduzione del fumo richiede una spiegazione complessa, meno immediata rispetto allo slogan populista dell’industria.
B. La regolamentazione delle bustine di nicotina (Nicotine Pouches)
Trattandosi di prodotti senza tabacco e senza combustione, le bustine di nicotina si trovano in un pericoloso “vuoto normativo” in molti Paesi membri, compresa l’Italia.
- Perché siamo in difficoltà: L’industria spinge per un’armonizzazione europea estremamente debole, definendoli “prodotti ricreativi” del tutto slegati dal tabacco. La salute pubblica fatica a imporre un divieto centralizzato a livello UE perché le istituzioni europee devono bilanciare la tutela della salute con le regole del mercato interno e la libera circolazione delle merci.
C. La difesa degli “aromi” come presunto strumento di transizione
L’industria ha costruito una narrazione potente: “Se vietate gli aromi (menta, frutta) nelle sigarette elettroniche, i vaper adulti torneranno a fumare le sigarette tradizionali”.
- Perché siamo in difficoltà: Questa tesi mette in seria difficoltà i legislatori che temono di compiere scelte controproducenti. Sebbene le evidenze dimostrino che gli aromi dolci e fruttati siano il principale “gancio” per creare dipendenza nei minori che non hanno mai fumato prima, la lobby è riuscita a polarizzare il dibattito, mettendo associazioni di consumatori (spesso da essa stessa finanziate) contro le società mediche, riducendo la tutela dell’infanzia a una contesa sulla libertà di scelta degli adulti.
Il caso dell’Italia: paradiso dei nuovi prodotti
Nel nostro Paese l’interferenza dell’industria ha raggiunto livelli di penetrazione unici in Europa, strutturandosi su tre pilastri:
- Ostruzionismo fiscale e difesa dello status quo: L’Italia applica da anni sconti d’accisa drastici sui prodotti di nuova generazione rispetto alle sigarette tradizionali. Nonostante piccoli aggiustamenti nelle ultime leggi di bilancio, il tabacco riscaldato e i liquidi da inalazione godono di un trattamento di favore unico.
Il dato reale: L’Italia è oggi il Paese al mondo più profittevole per il business del tabacco riscaldato.
- La difesa della filiera: In sede di Consiglio UE, i rappresentanti dei nostri ministeri economici fanno asse con i Paesi dell’Est per frenare l’innalzamento delle accise minime. La tesi ufficiale è la salvaguardia della filiera agricola e industriale nazionale. L’Italia è infatti il più grande produttore di tabacco greggio dell’UE e ospita gli impianti di lavorazione di Philip Morris nel bolognese e quelli di British American Tobacco a Trieste.
- Sdoganamento istituzionale della “riduzione del danno”: L’Italia è uno dei pochi Paesi in cui la retorica industriale è penetrata profondamente non solo tra i decisori politici, ma persino all’interno di alcune istituzioni scientifiche e in influenti società mediche, portando parlamentari italiani di diverse forze politiche a presentare sistematicamente emendamenti per difendere tali prodotti da avvertenze grafiche e restrizioni all’uso nei locali chiusi.
Cosa possiamo fare noi, gente della salute pubblica?
Dinanzi a questo scenario, chi si occupa di salute pubblica non può limitarsi a produrre letteratura scientifica destinata a rimanere confinata nei congressi medici. Dobbiamo adottare strategie di advocacy attiva, contro-narrazione e pressione politica.
Smontare il mito – Usare l’economia applicata alla salute per contrastare gli slogan su accise e regressività.
Applicare la legge – Denunciare i conflitti d’interesse esigendo il rispetto dell’articolo 5.3 della Convenzione Quadro OMS
Difendere i minori – Sfidare i politici sugli aromi-esca pensati per prendere all’amo gli under 18.
Unire le forze con le coalizioni europee per superare i blocchi politici nazionali.
1. Smontare la falsa contrapposizione “Salute vs. Economia”
L’industria vince perché parla la lingua dei soldi (tasse, posti di lavoro, PIL). Noi dobbiamo usare la verità dei dati economici per contrastarli:
- Cosa fare: Pubblicare e diffondere analisi sull’impatto economico reale del tabagismo sul Servizio Sanitario Nazionale e sulla produttività. La spesa pubblica per curare le patologie fumo-correlate supera di gran lunga le entrate delle accise.
- L’argomento forte: Dimostrare che l’aumento delle accise genera un doppio dividendo: riduce i consumi (soprattutto tra i giovani, più sensibili al prezzo) e garantisce nuove entrate fiscali immediate che potrebbero essere vincolate proprio al finanziamento del SSN.
2. Denunciare i conflitti di interesse (Articolo 5.3 FCTC)
L’interferenza dell’industria in Italia è pervasiva e spesso normalizzata.
- Cosa fare: Monitorare e denunciare pubblicamente (tramite canali indipendenti come tobaccoendgame.it) ogni singolo episodio di finanziamento, sponsorizzazione o collaborazione tra multinazionali del tabacco e fondazioni politiche, partiti, eventi scientifici o università.
- L’argomento forte: Ricordare costantemente ai decisori pubblici, alle ASL e alle università che l’Italia ha ratificato un trattato internazionale (l’Articolo 5.3 della Convenzione quadro OMS) che impone di proteggere le politiche sanitarie dagli interessi commerciali del tabacco. Chi accetta fondi o dialoga con Big Tobacco sta violando un trattato di legge.
3. Proteggere le nuove generazioni (La difesa dei minori)
La retorica della “riduzione del danno per i fumatori adulti” crolla quando si sposta l’attenzione sugli adolescenti.
- Cosa fare: Concentrare le nostre campagne di informazione e pressione sul legame diretto tra gli aromi dolci/fruttati, il marketing digitale (influencer) e l’iniziazione dei giovanissimi alle e-cig e alle bustine di nicotina.
- L’argomento forte: Sfidare pubblicamente i decisori politici con una domanda tanto semplice quanto disarmante: “Se questi prodotti servono solo ad aiutare i fumatori adulti a smettere, perché vengono venduti con aromi di caramella, zucchero filato o frutta esotica?”. Chiedere il divieto degli aromi non significa vietare i dispositivi, significa togliere l’esca destinata ai bambini.
4. Fare rete a livello europeo (Sforzo di coalizione)
Isolati all’interno dei confini italiani rischiamo di essere sopraffatti dalle forti lobby nazionali. La nostra forza sta nel fare rete oltre i confini.
- Cosa fare: Rafforzare la collaborazione attiva con le grandi coalizioni europee come la Smoke Free Partnership (SFP), la European Network for Smoking and Tobacco Prevention (ENSP) e la European Heart Network.
- L’argomento forte: Fornire a queste organizzazioni dati accurati sulla situazione italiana, e importare in Italia le migliori pratiche (come le politiche “Tabacco Zero” francesi o le restrizioni spagnole) per dimostrare che un’alternativa di salute pubblica è possibile ed è già applicata con successo altrove.