Focus su: Trilogia del Dollaro (1964-1966) Regia: Sergio Leone

Un protagonista di “Per un pugno di dollari”, primo film della trilogia di Sergio Leone, è uno straniero che non si sa da dove viene, nè dove va. Lo straniero ha un sigaro in bocca per la maggior parte del tempo.
Per comprendere il ruolo del fumo in questo e nei due successivi celebri film, basta affidarsi ai racconti diretti dei protagonisti. Come documentato dagli storici del cinema – in particolare da Christopher Frayling, principale biografo di Sergio Leone – e confermato dallo stesso Clint Eastwood in numerose interviste, il sigaro, un Toscano spezzato, fu un’imposizione del regista per motivi puramente tecnici e recitativi.

L’obiettivo di Leone era dare al giovane attore americano una faccia più vissuta e cinica. Il fumo, irritando gli occhi, costringeva Eastwood a socchiuderli e a contrarre i muscoli del viso, creando quel ghiaccio espressivo e quello sguardo con gli occhi ridotti a due fessure, diventati leggendari. Il sigaro era quindi una vera e propria maschera fisica voluta dal regista.

Il paradosso è che l’attore era salutista. La realtà sul set era l’esatto opposto di ciò che appariva sullo schermo. Clint Eastwood era (ed è) un convinto salutista e un non fumatore, che mal sopportava il sapore e l’odore del tabacco. Ricordando i giorni delle riprese, l’attore ha più volte citato le sue proteste rivolte al regista:

“Sergio, spero che tu non voglia farmi fumare anche oggi. Quella roba mi fa stare male.”

Eppure, nonostante il fastidio reale e fisico provato dall’attore, quel sigaro è diventato uno dei più potenti veicoli di promozione indiretta del Novecento, legando saldamente l’immagine del fumo a un’idea di virilità, freddezza e indistruttibilità.

L’analisi: cosa ci insegna per il Tobacco Control

Il caso Eastwood/Leone è l’esempio di come lo schermo possa trasfigurare i danni del tabacco, nascondendo la realtà dietro una narrazione estetica accattivante. Questo meccanismo si basa su tre illusioni:

  • L’invincibilità apparente: Il protagonista sopravvive a sparatorie, pestaggi ed esplosioni senza mai perdere il sigaro. Lo spettatore associa inconsciamente il prodotto alla capacità di resistere alla fatica e alle avversità, azzerando la percezione dei veri danni fisici causati dal tabagismo.
  • La ritualità della tensione: L’atto di accendere o spostare il sigaro viene usato dal regista per scandire i secondi prima di un duello. Il fumo viene così presentato come uno strumento efficace per mantenere la calma e gestire lo stress nei momenti cruciali.
  • L’abbaglio per il pubblico: Mentre per Eastwood il sigaro era solo un fastidioso attrezzo di scena da buttare via appena si spegneva la cinepresa, per milioni di spettatori il sigaro è parte di un nuovo stereotipo del cowboy. L’uomo con il sigaro ama la solitudine e la libertà, parla poco e quando parla lo fa lentamente e può ferire con il sarcasmo. I suoi silenzi alimentano ulteriormente l’alone di mistero che lo circonda. E’ un uomo privo di ideali ma sarà, di volta in volta, cinico e violento oppure generoso.

In sintesi Il cinema ha il potere di trasformare in icona qualcosa che nella realtà è tossico. Ricordiamo che il sigaro più famoso del cinema era solo una fastidiosa costrizione di scena subita con fastidio dall’attore.

Fonti di riferimento:

  • Frayling, C. (2000). Sergio Leone: Something to Do with Death (Per i dettagli sulla costruzione visiva del personaggio dell’Uomo senza nome).
  • Interviste storiche a Clint Eastwood sulla lavorazione della Trilogia del Dollaro.