Oggi la giustizia ha dimostrato di essere dalla parte delle vittime

A pochi mesi dalla sentenza che aveva riaperto la questione della responsabilità dei produttori di tabacco, l’ordinanza n. 21464/2025 della Corte di Cassazione conferma la svolta nella giurisdizione riguardante i danni del tabacco. La Corte ha riscritto in modo radicale le regole del gioco, stabilendo che la produzione e la commercializzazione di sigarette sono da considerarsi “attività pericolosa” ai sensi dell’articolo 2050 del Codice Civile.

Non è un incidente, è un’attività pericolosa

Fino a oggi, le aziende si nascondevano dietro il concetto di “scelta volontaria” del fumatore, sostenendo che la responsabilità fosse interamente sua. Nel caso degli eredi di un uomo, deceduto per un tumore ai polmoni causato dall’aver fumato per oltre trenta anni, la Suprema Corte ha accolto il loro ricorso contro la sentenza del tribunale d’Appello di Torino.

La sentenza è una vittoria per le vittime del fumo. Essa sposta il peso della prova sull’industria. Secondo l’articolo 2050 del Codice Civile, infatti, se un’attività è di per sé pericolosa, il produttore ha l’onere di dimostrare di aver adottato “tutte le misure idonee a evitare il danno”. Adesso saranno loro a dover dimostrare di aver fatto tutto il possibile per prevenire i danni, un compito praticamente impossibile.

Smettere non è una scelta, è una battaglia

Un altro punto cruciale della sentenza riguarda il concetto di “libera scelta”. La Cassazione ha riconosciuto un dato di fatto scientifico che le aziende hanno sempre colpevolmente ignorato: la dipendenza da nicotina incide sulla capacità di autodeterminazione del fumatore. Smettere non è facile, e la Cassazione ha ammesso che l’assuefazione è un fattore che limita la “libera volizione” di chi fuma.

Asimmetria informativa

La Cassazione ha riconosciuto che, specialmente per chi ha iniziato a fumare negli anni ’60, la correlazione specifica tra fumo e cancro non era un fatto di “notorietà sociale”. Di conseguenza, non si può presumere che il fumatore abbia agito con piena e libera consapevolezza dei rischi specifici.
Inoltre, la Corte ha sottolineato l’enorme asimmetria informativa tra produttori e consumatori, affermando che all’epoca non era affatto scontato che le persone fossero a conoscenza della correlazione specifica tra fumo e cancro. Gli avvertimenti sanitari sui pacchetti sono arrivati solo molto più tardi.
In sintesi, chi fuma non è sempre stato pienamente informato, e una volta dipendente, non è più del tutto libero di scegliere.

Cosa succederà ora? ⚖️

Questa sentenza non chiude il caso, ma lo rimanda alla Corte d’Appello di Torino, che dovrà riesaminare il tutto tenendo conto dei principi rivoluzionari stabiliti dalla Cassazione. Ci aspettiamo che questa ordinanza apra la strada a nuovi contenziosi e spinga le Corti a valutare in modo diverso le responsabilità dell’industria del tabacco. Ci aspettiamo che le Associazioni dei Consumatori svolgano un ruolo decisivo affinché si dia applicazione a questi orientamenti e chi, per farne profitto, diventa responsabile di causare tanto dolore venga chiamato a risarcire le vittime.
È un passo decisivo verso il riconoscimento pieno dei danni causati dal fumo e un monito per le aziende a rispondere delle loro azioni.


Per TobaccoEndgame, questa è una vittoria di enorme portata. Dimostra che il diritto può e deve evolvere per tutelare i cittadini dalle strategie manipolatorie e dannose di un’industria che ha operato per decenni nascondendo i rischi dei propri prodotti. La lotta per una società libera dal fumo continua, e sentenze come questa ci danno la forza e gli strumenti per vincerla.

Fonte

Corte di Cassazione Ordinanza n. 21464/2025

Responsabilità aggravata

L’art. 2050 del Codice Civile italiano stabilisce che chi esercita un’attività pericolosa per sua natura o per i mezzi adoperati è tenuto a risarcire il danno cagionato ad altri, a meno che non dimostri di aver adottato tutte le misure idonee a evitarlo. Questa è una forma di responsabilità aggravata, detta anche responsabilità oggettiva, in cui la prova liberatoria non consiste nella mancanza di colpa, ma nella dimostrazione di aver adottato le misure di sicurezza appropriate per prevenire il danno.