L’accordo Coldiretti-Philip Morris e il paradosso di un’industria che si vanta di creare valore ignorando i danni causati alla società
In questi giorni, l’agenzia Adnkronos ha pubblicato un video celebrativo dedicato al quindicesimo anniversario dell’accordo di filiera tra Coldiretti e Philip Morris. Il titolo è tutto un programma: “Tabacco: Coldiretti-Philip Morris, 15 anni di accordo, la filiera guarda al 2034”.
Assistiamo, nei tre minuti di servizio, a un vero e proprio capolavoro di equilibrismo semantico e alla negazione della realtà. Nel raccontare la “terza tappa del roadshow dedicato all’anniversario”, i rappresentanti del comparto agricolo snocciolano con orgoglio parole d’ordine nobilissime: si parla di “sostenibilità”, di “ricambio generazionale”, di “digital farming” e di una capacità di programmazione decennale a tutela delle imprese.
La celebrazione del valore economico e la rimozione della salute
Si arriva persino a sottolineare, tramite i portavoce di Filiera Italia, che in questi 15 anni sono stati generati “oltre 3 miliardi di valore per investimenti e ritorno lungo tutto il processo produttivo”.
Eppure, in questo trionfo di cifre e rassicurazioni sul futuro (“un impegno che guarda già al 2035”), manca un elemento fondamentale. Nessuno menziona le conseguenze del prodotto finale: i malati e i morti. È l’apoteosi del paradosso. Certo, a differenza delle organizzazioni criminali, l’industria del tabacco opera nella legalità. Produce, investe e assume rispettando le regole del mercato. Ma è proprio questa legittimità a rendere la sua narrazione autocelebrativa ancora più surreale, se si considera l’intero ciclo di vita di ciò che produce.
Proviamo a fare un esercizio di logica economica. Immaginiamo un comparto industriale – perfettamente a norma di legge – che organizza un convegno per esaltare il proprio indotto, i posti di lavoro garantiti ai giovani e l’innovazione tecnologica. Tutto apparentemente virtuoso, se non fosse per un “dettaglio”: il modello di business si fonda su un bene di consumo che, se usato esattamente come prescritto dal produttore, arreca un danno sistemico e letale a chi lo acquista. È il trionfo della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite.
Sostituiamo ora questa organizzazione immaginaria con l’industria del tabacco e avremo l’esatta fotografia del video di Adnkronos. Si celebra una “Filiera Italia” efficiente e produttiva, ignorando deliberatamente che quel prodotto, giunto al termine del ciclo di lavorazione e immesso sul mercato, provocherà dipendenza, malattie e morte.
Privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite per il SSN

Mentre l’industria festeggia i 3 miliardi di “valore creato”, il conto dei danni (quelli veri) viene presentato altrove: nei reparti di pneumologia e cardiologia, negli istituti tumori e nel bilancio del nostro Servizio Sanitario Nazionale, costantemente sotto pressione per curare le patologie fumo-correlate.
Il danno di una sigaretta è di 20 minuti in meno di vita, quello di un pacchetto tra 6 e 7 ore di vita in meno (Jackson SE. Addiction. 2025). Alla fine, un fumatore perde in media, 10 anni di vita.
Il “long term commitment” di cui si vanta questo settore è, nei fatti, un impegno a lungo termine per il mantenimento di un’emergenza sanitaria. Ed è nostro dovere, come chi si occupa di salute pubblica, continuare a rompere questa narrazione tossica.
Margaret Chan, ex Direttrice Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS)
Per approfondire
ADNKRONOS: Tabacco: Coldiretti-Philip Morris, 15 anni di accordo, la filiera guarda al 2034
Tobaccoendgame Ne uccidono più i produttori di sigarette (23 volte di più) dei trafficanti di droga