La notizia emersa dai corridoi del G7 ha un valore che va oltre il semplice retroscena politico: la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha smesso di fumare. Una decisione netta, presa da circa un mese, che archivia le sue abituali sigarette sottili e smentisce la sua stessa battuta di un anno fa quando, rispondendo al presidente turco Erdogan che le aveva suggerito di smettere, aveva detto: “Se smettessi rischierei di uccidere qualcuno!”.

Non ha ucciso nessuno!

Chi è dipendente dalla nicotina sovrastima enormemente l’effetto distensivo di una sostanza che, in realtà, si limita a placare l’ansia da astinenza che essa stessa ha generato. La scelta della Premier dimostra che liberarsi dal “mostro” è possibile, persino sotto lo stress di vertici internazionali.

Il significato del gesto: la donna e la madre

Sarebbe un errore liquidare questa scelta come irrilevante. Al contrario, il gesto della persona Meloni ha un profondo significato etico. Come donna e, soprattutto, come madre, la sua decisione interrompe un cortocircuito drammatico: quello della normalizzazione della dipendenza all’interno delle mura domestiche.

Vedere un genitore fumare è uno dei più potenti fattori di spinta all’emulazione per i figli. Decidendo di smettere, Meloni non ha solo investito sulla propria aspettativa di vita in salute e protetto chi le sta intorno dal fumo passivo, ma ha sottratto la propria figlia a quell’iconografia del fumo che, per generazioni, ha reso la sigaretta un accessorio quotidiano, accettabile, persino identitario. È un atto di responsabilità materna e individuale che merita pieno riconoscimento.

…. se la salute è un optional

Ma è impossibile non rilevare la contraddizione tra dimensione privata e quella politica: se la madre Giorgia Meloni protegge la propria figlia dalla dipendenza, il Governo che lei stessa presiede lascia che l’industria del tabacco continui ad agganciare liberamente i figli di tutti gli italiani.

Il Governo attuale si muove in perfetta e colpevole continuità con i suoi predecessori. Da Renzi in poi, la linea di Palazzo Chigi non è mai cambiata: l’industria del tabacco e dei nuovi prodotti da inalazione viene considerata un asset economico strategico da coccolare, non una minaccia alla salute pubblica da contrastare. Si firmano accordi di filiera con le multinazionali, si mantengono sconti fiscali ingiustificabili sui tabacchi riscaldati e si ignora sistematicamente l’Articolo 5.3 della Convenzione Quadro OMS (FCTC), che imporrebbe di isolare le decisioni sanitarie dalle lobby del fumo.

Ciò che ferisce, in questo esecutivo, è la faccia tosta con cui viene svalutato il pensiero pro-salute pubblica. La prevenzione non è un valore dell’agenda politica; la dipendenza dei cittadini viene monetizzata attraverso le accise, mentre le strategie di marketing aggressivo dell’industria – che oggi colonizzano il mondo giovanile con i nuovi dispositivi – vengono tollerate in nome del profitto.

Una salvezza individuale che diventa un privilegio

La determinazione, forse il bisogno profondi di non danneggiare le persone più care, ha salvato la Premier, ma la salute pubblica non può basarsi sulle risorse dei singoli. La nicotina crea una dipendenza biochimica potente, e la maggior parte dei fumatori, specialmente nelle fasce di popolazione socio-economicamente più fragili, non riesce a smettere da sola senza un supporto strutturato.

C’è qualcosa di eticamente inaccettabile in questa asimmetria: la Premier sperimenta che smettere è possibile e benefico, si mette in salvo privatamente, ma politicamente il suo governo continua a garantire all’industria del tabacco la libertà di fatturare sulla pelle dei cittadini.

La Presidente Meloni vuole dimostrare che la sua non è solo una scelta di benessere individuale? Ha la possibilità di: usare la sua esperienza per invertire la rotta del Paese. Smetta di considerare il tabacco un partner economico, applichi i trattati internazionali contro le lobby e potenzi i Centri Antifumo del Servizio Sanitario Nazionale. Perché il supporto per liberarsi dalla dipendenza diventi un’opportunità garantita a tutti.

…infine: Attenta Giorgia!
un’avvertenza basata sui dati scientifici (e un augurio)

Smettere è un ottimo primo passo, ma la dipendenza da nicotina è un avversario subdolo: non si arrende in un mese. I dati epidemiologici parlano chiaro: la vulnerabilità a una ricaduta resta altissima nei primi 6 mesi (sfiorando il 50%) e si stabilizza solo dopo il primo anno. La vera sfida inizia adesso: l’importante è non abbassare la guardia!”

Nota scientifica: Le stime sulla dinamica delle ricadute derivano dalle meta-analisi epidemiologiche classiche (tra cui i lavori di J.R. Hughes, Josue Keely , Shelly Naud e i dati dei CDC/Surgeon General), che mostrano una curva di rischio iperbolica: il fallimento della cessazione si concentra per oltre il 60-70% nel primo mese, si attesta intorno al 40-50% a sei mesi e mantiene un rischio residuo (ricadute tardive) di circa il 10% anche dopo il primo anno di astinenza consolidata.